Dimissioni in bianco. C’è il rischio di un ritorno al passato?

Negli ultimi giorni si sta sentendo parlare sempre più di dimissioni in bianco. Oggi volevamo analizzare per voi questo argomento in maniera approfondita. E’ bene ricordare come ad oggi le dimissioni in bianco siano state fortemente contrastate tramite leggi specifiche. Il fenomeno infatti aveva preso negli anni una diffusione preoccupante con datori di lavoro che obbligavano dipendenti a firmare lettere in bianco da utilizzare poi per il licenziamento.

In questo modo vi è stato un forte abuso nel controllo da parte dei datori di lavoro nei confronti dei loro dipendenti e in più , come aggravante, c’è il discorso della naspi. Infatti se il lavoratore si dimette e non viene licenziato perde il diritto ad ottenere la vecchia disoccupazione, la forma di sostegno al reddito che permette di cercare un altro lavoro con calma percependo una somma mensile per un tot di tempo.

Un importante forma di contrasto e arrivata dalla legge Fornero del 2012 che ha introdotto la famosa “convalida delle dimissioni” da effettuare in maniera telematica (come introdotto successivamente dal decreto legislativo 151 del 2015). In questo modo si è ottenuta una data certa che consentiva al lavoratore di opporsi al licenziamento in bianco se non veritiera.

La direzione territoriale del lavoro ha la competenza per irrorare sanzioni che vanno dai 5000 ai 30000 euro dopo l’accertamento della violazione per dimissioni in bianco. Se il datore di lavoro poi dovesse cercare di obbligare il lavoratore in maniera forzata a dimettersi scatta la querela e la denuncia per estorsione. Adesso si sta parlando di una reintroduzione delle dimissioni in bianco tramite un escamotage che riguarda l’assenza del lavoratore superiore ai 15 giorni che porterebbe poi alle dimissioni del lavoratore.  Come giornale che si occupa dei consumatori aggiorneremo i nostri lettori sull’evoluzione di questo argomento.

Direttore Umberto Buzzoni
Avv. Anna Maria Calvano

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