PC per figli studenti: voucher e detrazioni, quanto si può risparmiare

Acquistare un computer per un figlio che studia può rappresentare una spesa importante, ma in alcuni casi è possibile ridurre sensibilmente il costo grazie alle agevolazioni disponibili. Non esiste però un incentivo nazionale valido per tutte le famiglie: le opportunità cambiano in base all’età dello studente, alla Regione di residenza, all’ISEE e alla presenza di DSA o di una disabilità certificata. Tra voucher regionali e agevolazioni fiscali, il risparmio può arrivare a diverse centinaia di euro. Gli strumenti a disposizione non sono tutti uguali e soprattutto non si rivolgono alla stessa platea. Gli studenti universitari e gli insegnanti possono, in determinati casi, usufruire dello sconto Education o di specifici contributi economici destinati alla formazione, come le borse DiSCo Lazio. Per gli studenti più giovani, invece, le principali possibilità sono rappresentate dai voucher regionali e dalle agevolazioni fiscali previste per chi ha DSA o una disabilità. La situazione va quindi valutata caso per caso. I voucher regionali sono generalmente legati a una determinata soglia ISEE e possono essere utilizzati solo presso gli esercizi aderenti alle iniziative. Le agevolazioni fiscali per DSA e disabilità seguono invece regole differenti e, in alcuni casi, consentono di beneficiare sia di una detrazione sia dell’IVA ridotta. Non rientrano invece tra le spese ammesse la Carta della Cultura Giovani e la Carta del Merito, che sono strumenti destinati all’acquisto di libri e ad altre attività culturali, non ai computer. Per una famiglia con un ragazzo alle scuole medie o superiori, dunque, il prezzo finale del PC può cambiare parecchio a seconda della situazione personale. Chi invece non può usufruire di alcuna agevolazione dovrà valutare direttamente quali notebook offrano le dotazioni necessarie senza far lievitare inutilmente il prezzo. Prima di scegliere il computer è importante verificare non soltanto l’importo del contributo, ma anche le modalità con cui può essere utilizzato. In Lombardia, per esempio, la Dote Scuola destinata al materiale didattico prevede, per le famiglie con ISEE inferiore a 15.748,78 euro, un contributo compreso tra 150 e 500 euro per studente. Il beneficio viene caricato sulla tessera CRS/CNS e può essere utilizzato negli esercizi commerciali convenzionati con Edenred. Questo significa che trovare online un notebook a un prezzo più basso non è necessariamente sufficiente: se il negozio non aderisce all’iniziativa, il voucher non può essere utilizzato per quell’acquisto. Per l’anno scolastico 2026/27 la domanda lombarda è già scaduta. Chi ha ottenuto il beneficio può comunque utilizzarlo entro il 31 gennaio 2027. L’eventuale somma non spesa entro il termine non viene recuperata. Con 500 euro di contributo, un computer da 649 euro comporta quindi una spesa residua di 149 euro. Con il voucher minimo da 150 euro, lo stesso modello richiede invece 499 euro. Anche altre Regioni hanno previsto o prevedono strumenti di sostegno, ma con caratteristiche differenti. In Piemonte, per esempio, il voucher può raggiungere i 500 euro, mentre per il 2026/27 la finestra per presentare la domanda si è chiusa il 16 luglio. Non tutti gli interventi regionali, inoltre, riguardano direttamente l’acquisto di un computer. In Sicilia è previsto un prestito a tasso zero destinato agli universitari, mentre Puglia, Toscana, Sardegna, Campania ed Emilia-Romagna finanziano interventi legati ai libri scolastici. Per questo motivo non basta sapere in quale Regione si vive: bisogna controllare ogni anno requisiti, importi, scadenze e lista degli esercizi convenzionati. Un’altra strada per ridurre il costo del computer riguarda gli studenti con DSA o con una disabilità riconosciuta. Anche in questo caso, però, non si tratta dello stesso beneficio. Per gli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento è prevista una detrazione IRPEF del 19% sulle spese effettivamente sostenute per gli strumenti necessari allo studio, fino al termine della scuola superiore. Il recupero avviene attraverso la dichiarazione dei redditi dell’anno successivo. Per le persone con disabilità riconosciuta ai sensi dell’articolo 3 della Legge 104/1992 può invece entrare in gioco l’IVA agevolata al 4% per i sussidi tecnici e informatici. È però necessario che sia dimostrato il collegamento funzionale tra il dispositivo acquistato e la menomazione. Anche per ottenere la detrazione fiscale è necessario documentare il rapporto tra la condizione certificata e la necessità dello strumento informatico. In altre parole, la semplice presenza di una certificazione non rende automaticamente qualsiasi computer agevolabile: la documentazione richiesta e il collegamento tra esigenza e dispositivo sono elementi fondamentali. I prezzi finali riportati nell’analisi tengono conto dei calcoli effettuati considerando le rispettive agevolazioni.

Avv. Anna Maria Calvano

Abbandona l’immobile e infila le chiavi nella posta: il giudice le presenta un conto salatissimo

Se qualcuno pensa di poter mollare le chiavi nella cassetta delle lettere, sparire dall’oggi al domani e farla franca, la storia di un’inquilina di Brescia dimostra esattamente il contrario. Dopo essersene andata senza preavviso e aver lasciato l’appartamento in condizioni pietose, il Tribunale ha stangato una donna con una condanna a pagare oltre 4.023 euro, più tutte le spese legali. Tutto è iniziato con un classico contratto di locazione firmato nel 2021, che prevedeva la solita regola del preavviso scritto di sei mesi prima di poter lasciare l’immobile. All’inizio del 2024 la donna ha tentato una trattativa informale proponendo di uscire in anticipo e di cercare un nuovo inquilino, ma la proprietaria è stata categorica: se ne poteva parlare solo saldando gli arretrati e sistemando la casa. L’accordo è sfumato, ma anziché mettersi in regola, la situazione è precipitata. A maggio la padrona di casa è riuscita a rimettere piede nell’appartamento trovando un disastro totale: muri bucati e scrostati, sanitari scheggiati, prese della corrente divelte, piastrelle spaccate, elettrodomestici fuori uso e perfino una scritta gigante sulla parete della camera da letto. Un mese dopo, la svolta surreale: l’inquilina si è definitivamente liberata dell’immobile infilando le chiavi nella cassetta della posta dei genitori della locatrice, senza inviare alcuna raccomandata di disdetta. Di fronte al giudice, la donna ha scelto di non presentarsi nemmeno per difendersi, rimanendo contumace. Un errore di calcolo madornale. Tra fotografie, filmati, fatture dei lavori e la testimonianza del marito della proprietaria, la condanna è stata inevitabile basandosi su tre principi fondamentali: chi se ne va senza preavviso deve comunque pagare tutte le mensilità dovute, le spese condominiali arretrate non spariscono, e ridurre un appartamento in quelle condizioni non rientra nel concetto di normale usura, ma costituisce un danno da risarcire interamente. Alla fine il conto presentato dal Tribunale è stato salatissimo: 2.700 euro per le sei mensilità di preavviso mancato, 610 euro di spese condominiali arretrate e 713 euro per le riparazioni della casa (cifra già calcolata al netto dei 1.200 euro di caparra già trattenuti). A questa somma si sono aggiunti oltre 1.890 euro tra spese legali e sanzioni per non essersi presentata alla mediazione obbligatoria. L’unica voce abbuonata sono stati 61 euro per la chiusura del contratto all’Agenzia delle Entrate, che per legge spettano al proprietario. Una lezione chiarissima: restituire le chiavi in silenzio non cancella le proprie responsabilità e ignorare i contratti costa carissimo.

Avv. Anna Maria Calvano

Bollo auto, nel 2027 niente tassa per milioni di veicoli

Nel 2027 milioni di automobilisti e motociclisti italiani potrebbero beneficiare di un’esenzione dal pagamento del bollo. La misura, annunciata il 16 settembre dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, non prevede l’eliminazione definitiva della tassa, ma un’esenzione valida esclusivamente per un anno e riservata a determinate categorie di veicoli e proprietari. Secondo le stime, il provvedimento interesserà circa 14,5 milioni di mezzi. Potranno accedere all’agevolazione le persone fisiche proprietarie di un veicolo regolarmente assicurato, mentre saranno escluse le aziende e le altre persone giuridiche. Per le automobili, il limite stabilito è quello degli 80 kW, equivalenti a circa 109 CV. Rientreranno nella misura le vetture a benzina e diesel, comprese quelle ibride e quelle alimentate a GPL, anche quando utilizzano contemporaneamente sistemi di propulsione differenti. Non saranno invece coinvolte le automobili completamente elettriche.L’esenzione non potrà essere utilizzata più volte dalla stessa persona. Se un proprietario possiede diverse automobili che rispettano i requisiti, il beneficio sarà applicato soltanto a una di esse. La scelta ricadrà sulla vettura con la potenza più bassa. Nel caso in cui due o più veicoli abbiano la stessa potenza, verrà presa in considerazione l’auto che, senza l’agevolazione, avrebbe comportato il pagamento del bollo più basso. L’importo della tassa varia infatti anche in relazione alla classe ambientale del veicolo.

Regole specifiche sono previste anche per moto e ciclomotori. I loro proprietari potranno ottenere l’esenzione purché non siano contemporaneamente intestatari di un’automobile con potenza non superiore a 80 kW. Anche per le due ruote sarà possibile applicare l’agevolazione a un solo mezzo. In presenza di più motocicli o ciclomotori idonei, verrà scelto quello meno potente; a parità di potenza, quello con il bollo teoricamente più basso. Se anche quest’ultimo criterio non fosse sufficiente, l’esenzione verrà assegnata al veicolo immatricolato da più tempo. Il provvedimento riguarderà esclusivamente i pagamenti del bollo con scadenza compresa tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2027. Non si tratta quindi di una cancellazione permanente dell’imposta, ma di un intervento straordinario limitato a una sola annualità. Per compensare le minori entrate derivanti dalla misura, lo Stato metterà a disposizione delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano 2.293,5 milioni di euro. La ripartizione delle risorse tra le diverse amministrazioni sarà stabilita entro il 31 marzo 2027 attraverso un decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze. Nel complesso, l’operazione dovrebbe avere un costo di circa 2,362 miliardi di euro per le casse dello Stato. Rimane inoltre da chiarire il rapporto tra questa misura e il possibile intervento sulle accise dei carburanti. Il provvedimento che rinnova il taglio delle accise non sembra infatti stabilire se l’esenzione temporanea del bollo possa sostituire tale misura, che negli ultimi anni ha comportato per lo Stato una spesa superiore ai 2 miliardi di euro. L’idea di intervenire sul bollo automobilistico era stata discussa già nei mesi precedenti. A giugno ne aveva parlato Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, mentre tra luglio e agosto la proposta era stata ripresa dal vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani e dal presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio. Il bollo auto è previsto da una normativa nazionale risalente al 1953, ma le entrate derivanti dalla tassa spettano alle Regioni e alle Province autonome di Trento e Bolzano. Si tratta di una fonte di finanziamento rilevante, con un gettito complessivo stimato in circa 7,4 miliardi di euro all’anno, utilizzato dagli enti territoriali anche per finanziare la sanità.

Direttore Umberto Buzzoni

Idrostufa o caldaia a pellet: quale scegliere?

La scelta di un sistema di riscaldamento a pellet dipende soprattutto dalle caratteristiche dell’abitazione e dalle esigenze di chi la utilizza. Tra le soluzioni disponibili ci sono le caldaie e le idrostufe a pellet, che hanno un funzionamento simile ma presentano alcune differenze. Una stufa tradizionale produce calore riscaldando direttamente l’aria degli ambienti, mentre un’idrostufa trasferisce il calore all’acqua dell’impianto, proprio come avviene con una caldaia.Entrambe le alternative possono offrire diversi vantaggi rispetto ai sistemi di riscaldamento più vecchi alimentati a metano o gasolio, soprattutto per quanto riguarda i consumi e i costi di gestione. Inoltre, possono essere collegate all’impianto di riscaldamento già presente nell’abitazione, permettendo di continuare a utilizzare i termosifoni oppure il riscaldamento a pavimento. Un ulteriore vantaggio consiste nella possibilità di produrre, attraverso lo stesso sistema, anche l’acqua calda necessaria per le normali esigenze domestiche. Non è però possibile stabilire in modo generale quale delle due soluzioni sia la migliore. La scelta deve essere valutata caso per caso, considerando fattori come le dimensioni della casa, il fabbisogno energetico, l’impianto esistente e lo spazio disponibile. Per evitare di acquistare un apparecchio non adatto alle proprie necessità, è quindi consigliabile rivolgersi a un tecnico qualificato, che può effettuare una valutazione dell’edificio e indicare la soluzione più appropriata. Uno degli elementi più importanti da prendere in considerazione è lo spazio necessario per l’installazione. Quando gli ambienti disponibili sono ridotti, l’idrostufa può essere particolarmente vantaggiosa perché generalmente presenta dimensioni più contenute rispetto a una caldaia. Alcuni modelli sono progettati per occupare pochissimo spazio e possono essere collocati anche in zone strette della casa. Anche dal punto di vista estetico l’idrostufa può integrarsi facilmente nell’ambiente domestico. I modelli più recenti sono spesso caratterizzati da un design curato e possono essere lasciati in vista, diventando parte dell’arredamento anziché essere nascosti in un locale tecnico. La caldaia a pellet necessita invece, nella maggior parte dei casi, di uno spazio maggiore. Oltre alle dimensioni dell’apparecchio bisogna infatti considerare altri elementi dell’impianto, come il puffer o il bollitore, che aumentano l’ingombro complessivo. Per questo motivo è generalmente necessario disporre di un locale tecnico o di un ambiente apposito. Esistono comunque caldaie progettate per ridurre al minimo lo spazio occupato. Alcuni modelli hanno già integrati nella struttura il serbatoio del pellet e i principali componenti idraulici. Questa soluzione permette di installare l’apparecchio anche all’interno di vani tecnici relativamente piccoli, rendendolo più adatto alle abitazioni in cui lo spazio disponibile è limitato.

Quando un impianto deve occuparsi sia del riscaldamento degli ambienti sia della produzione di acqua calda sanitaria, è importante scegliere la soluzione più adatta alle proprie esigenze e al numero di persone presenti in casa. L’idrostufa può svolgere entrambe le funzioni quando dispone di una potenza sufficiente, generalmente intorno ai 20-25 kW o superiore. L’acqua riscaldata può essere utilizzata per alimentare i termosifoni e, contemporaneamente, per soddisfare il fabbisogno di acqua calda della casa. Per migliorare la gestione dell’energia è possibile collegare l’impianto a un puffer o a un bollitore, che permette di accumulare l’acqua calda e renderla disponibile anche in un momento successivo.Nel caso di abitazioni molto grandi o di famiglie composte da più persone, la caldaia a pellet può essere una scelta più indicata. La sua maggiore potenza consente infatti di produrre e gestire una quantità superiore di acqua calda, riuscendo a rispondere più facilmente a consumi elevati. Un elemento da non trascurare riguarda il calore che l’idrostufa rilascia direttamente nell’ambiente. Una parte dell’energia prodotta non viene utilizzata per riscaldare l’acqua, ma rimane nella stanza dove è installato l’apparecchio. Questo calore può essere diffuso naturalmente oppure attraverso un sistema di ventilazione. Durante la stagione fredda rappresenta un vantaggio, perché permette di riscaldare direttamente anche il locale in cui si trova la stufa. La stessa caratteristica può però creare qualche problema durante l’estate. Se l’idrostufa viene utilizzata per ottenere acqua calda sanitaria nei mesi più caldi, deve comunque essere accesa, anche quando non c’è alcuna necessità di riscaldare la casa. Il calore prodotto finirebbe quindi per aumentare la temperatura della stanza, rendendo l’ambiente meno confortevole. Per questo motivo, quando si vuole utilizzare un unico impianto in ogni periodo dell’anno, la caldaia a pellet può risultare più pratica. Solitamente viene installata in un locale tecnico separato dagli spazi abitativi, permettendo di produrre acqua calda anche in estate senza riscaldare direttamente le stanze. Le caldaie più moderne dispongono inoltre di una modalità estiva, grazie alla quale è possibile disattivare temporaneamente il circuito dei termosifoni. L’apparecchio continua così a funzionare solamente per produrre l’acqua calda sanitaria, evitando di inviare calore all’impianto di riscaldamento. L’utilizzo di un puffer è particolarmente utile anche durante l’estate. L’accumulo consente infatti di ridurre il numero di accensioni brevi e ravvicinate della caldaia, che possono verificarsi quando la richiesta di acqua calda è limitata. In questo modo si può favorire un funzionamento più regolare dell’impianto e ridurre lo stress a cui viene sottoposta la caldaia nel lungo periodo.

Avv. Anna Maria Calvano

Domanda di invalidità civile: le novità sulla procedura INPS

Nel 2026, l’importo dell’indennità di frequenza è pari a 351,04 euro al mese. Questa prestazione economica è destinata ai minorenni che frequentano la scuola o che seguono determinati percorsi di tipo riabilitativo o terapeutico. Il pagamento viene generalmente effettuato dall’INPS da ottobre a giugno, in relazione alla frequenza scolastica, e può essere riconosciuto fino al compimento dei 18 anni. Nei mesi di luglio, agosto e settembre, invece, l’erogazione viene normalmente sospesa. È possibile continuare a ricevere il beneficio anche durante l’estate quando viene documentata la partecipazione a centri riabilitativi estivi o attività terapeutiche organizzate dalla ASL o presso strutture convenzionate. Il compimento della maggiore età comporta la cessazione automatica dell’indennità di frequenza, poiché questa misura è prevista esclusivamente per i minorenni. Una volta compiuti 18 anni, quindi, il beneficio non prosegue automaticamente e non viene trasformato d’ufficio in un’altra prestazione economica. Per continuare eventualmente a beneficiare di un sostegno economico, è necessario verificare se il giovane possiede i requisiti per accedere alle prestazioni di invalidità civile previste per gli adulti. Tra queste possono rientrare, in presenza delle condizioni richieste, l’assegno mensile di assistenza o la pensione di inabilità. Chi percepiva l’indennità di frequenza dovrà pertanto procedere con un nuovo accertamento sanitario e presentare una nuova domanda di invalidità civile. Sarà quindi la valutazione della situazione sanitaria e dei requisiti previsti dalla normativa a stabilire l’eventuale diritto a una prestazione destinata alla maggiore età.

La procedura per il riconoscimento delle prestazioni legate all’invalidità civile è stata modificata e uno degli aspetti più rilevanti riguarda l’avvio della pratica. Il cittadino non deve più presentare una specifica domanda amministrativa per dare inizio all’iter: è infatti il medico certificatore a svolgere il primo passaggio, inviando direttamente all’INPS il certificato medico introduttivo attraverso il sistema telematico. L’invio del certificato consente quindi di attivare automaticamente la procedura, ma non conclude tutti gli adempimenti necessari per arrivare al pagamento della prestazione. Successivamente devono essere comunicate all’INPS le informazioni utili a definire la posizione del richiedente e a procedere con l’eventuale erogazione dell’importo spettante.Tra i dati richiesti rientrano, ad esempio, la situazione reddituale, le coordinate bancarie per il pagamento, la composizione del nucleo familiare e le informazioni relative a eventuali ricoveri. Questi elementi devono essere forniti attraverso la compilazione del modello AP70, che permette di trasmettere all’Istituto i dati socio-economici necessari. La presentazione del modello AP70 rappresenta dunque un passaggio indispensabile per ottenere il pagamento: il semplice riconoscimento del diritto alla prestazione non è sufficiente, da solo, a far partire l’erogazione. In assenza del modello AP70, l’INPS non può procedere con il pagamento, anche quando tutti gli altri requisiti richiesti risultano già accertati.

Avv. Anna Maria Calvano

Guasti e riparazioni degli elettrodomestici: responsabilità di inquilino e proprietario

Nell’ambito di un contratto di locazione, la responsabilità relativa alla manutenzione dell’immobile e dei beni presenti al suo interno deve essere distinta tra proprietario e inquilino. Il punto di partenza è rappresentato dall’obbligo del locatore di mettere a disposizione un’abitazione idonea all’uso concordato. Di conseguenza, al momento della consegna, l’immobile deve trovarsi in condizioni adeguate e gli arredi e gli apparecchi eventualmente compresi nella locazione devono essere utilizzabili e funzionanti, in conformità a quanto previsto dall’art. 1575 del Codice Civile. Diversa è la situazione che si verifica durante lo svolgimento del rapporto di locazione. L’inquilino è infatti chiamato a provvedere agli interventi di manutenzione ordinaria che si rendono necessari nel corso del normale utilizzo dell’abitazione e dei beni che la corredano. In particolare, rientrano tra gli obblighi del conduttore le cosiddette piccole riparazioni. Si tratta di interventi di entità limitata, normalmente collegati al deterioramento che deriva dall’uso quotidiano dell’immobile o degli elettrodomestici. Tale principio trova riferimento negli artt. 1576 e 1609 del Codice Civile. Non ogni guasto, tuttavia, può essere automaticamente attribuito all’inquilino. L’art. 1609 distingue infatti i deterioramenti conseguenti all’utilizzo ordinario da quelli che dipendono dall’età del bene, dalla sua naturale usura o da circostanze imprevedibili. Solo i primi, quando richiedano semplici interventi di manutenzione, possono essere posti a carico del conduttore.

Per esempio, se durante la locazione un elettrodomestico necessita di una modesta riparazione riconducibile al suo normale impiego, la relativa spesa può spettare all’inquilino. Al contrario, quando il malfunzionamento sia dovuto all’obsolescenza dell’apparecchio, alla sua vetustà oppure a un evento accidentale non imputabile al conduttore, la responsabilità economica non ricade necessariamente su quest’ultimo. Lo stesso criterio deve essere applicato agli impianti e agli altri beni presenti nell’abitazione. Le spese derivanti dalla manutenzione ordinaria e dai deterioramenti direttamente collegati all’utilizzo quotidiano sono, in linea generale, a carico del conduttore. Rimangono invece nella sfera del locatore gli interventi determinati dal normale invecchiamento dei beni o da guasti che non possono essere ricondotti all’utilizzo dell’inquilino, soprattutto quando sia necessario un intervento di maggiore entità. In questa categoria possono rientrare, ad esempio, la sostituzione completa di un elettrodomestico oppure la riparazione o sostituzione di sue componenti essenziali. La distinzione fondamentale, pertanto, non riguarda semplicemente il fatto che un bene si sia guastato durante la locazione, ma la causa del guasto e la natura dell’intervento necessario per ripristinarne il funzionamento.

In sintesi, le piccole riparazioni degli elettrodomestici dovute al normale utilizzo sono generalmente a carico dell’inquilino, mentre gli interventi più importanti, causati dalla vetustà, dal normale deterioramento o da eventi imprevedibili, spettano al proprietario. Per esempio, nel caso della lavastoviglie, sono a carico del conduttore i guasti derivanti dall’uso quotidiano, dalla presenza di calcare o sporco e dall’utilizzo scorretto dell’apparecchio. Al contrario, se il guasto dipende dall’età dell’elettrodomestico o dalla rottura di componenti importanti, come motore o scheda elettronica, la spesa spetta al locatore. In caso di intervento urgente, l’inquilino può anticipare la spesa, purché informi tempestivamente il proprietario, e successivamente richiederne il rimborso. Se il proprietario si rifiuta di pagare, l’inquilino non può sospendere o ridurre autonomamente il canone di locazione, ma dovrà eventualmente rivolgersi al giudice per ottenere il rimborso.

Avv. Anna Maria Calvano

Da novembre una nuova tassa sui pacchi sotto i 150 euro

Da luglio 2026 acquistare online prodotti provenienti da Paesi al di fuori dell’Unione Europea potrebbe diventare più costoso. Per le spedizioni con un valore inferiore ai 150 euro è infatti previsto un nuovo dazio europeo di 3 euro. A questa somma potrebbe aggiungersi anche un ulteriore contributo nazionale, che l’Italia non ha ancora deciso definitivamente se introdurre. La misura è già stata rinviata due volte e non è escluso che possa essere nuovamente posticipata. La novità europea nasce dall’aumento vertiginoso delle spedizioni di prodotti a basso costo provenienti dall’estero. Fino a oggi, gli acquisti inferiori ai 150 euro potevano entrare nell’UE senza il pagamento di dazi, anche perché sottoporre ogni piccolo pacco ai controlli doganali avrebbe comportato costi superiori alle entrate generate. Il sistema, però, è diventato sempre più difficile da sostenere a causa dell’enorme quantità di merci che arriva in Europa. Nel 2025, secondo la Commissione Europea, sono stati importati quasi 6 miliardi di articoli contenuti in pacchi esenti da dazio, molti dei quali provenienti dalla Cina. L’aumento delle importazioni a prezzi estremamente bassi ha provocato la reazione delle aziende europee, che si trovano a competere con prodotti venduti a cifre difficili da raggiungere. Tra i fattori che contribuiscono a questa differenza ci sono anche i diversi standard applicati nei Paesi extra UE in materia di lavoro e tutela dell’ambiente. Per cercare di riequilibrare la situazione e contrastare quella che viene considerata una forma di concorrenza sleale, lo scorso dicembre l’ECOFIN, che riunisce i ministri dell’Economia dei 27 Stati membri, ha approvato l’introduzione del nuovo dazio forfettario.

Il calcolo dei 3 euro, tuttavia, non sarà legato semplicemente al numero dei pacchi ricevuti. Il sistema considera infatti le categorie di prodotti presenti all’interno della singola spedizione. Se, per esempio, un ordine contiene una gonna e un paio di scarpe, appartenenti a due categorie diverse, il dazio sarà complessivamente di 6 euro. Se nello stesso pacco ci sono invece due gonne e due paia di scarpe, l’importo rimane invariato a 6 euro, perché non viene conteggiato ogni singolo articolo, ma il numero delle categorie merceologiche. Nel caso di otto gonne acquistate con un valore complessivo inferiore ai 150 euro, invece, il dazio sarà di soli 3 euro. A sostenere il nuovo costo sarà inizialmente il consumatore, anche se non è escluso che alcune piattaforme scelgano di assorbirlo direttamente, incorporandolo nel prezzo dei prodotti. Per questo, prima di completare un ordine, sarà importante controllare attentamente il riepilogo della spesa e verificare se il dazio è già compreso nel prezzo oppure se dovrà essere pagato successivamente attraverso le procedure doganali. Il sistema, comunque, non è destinato a rimanere in vigore a lungo. Il dazio forfettario di 3 euro dovrebbe essere una soluzione temporanea, valida fino al 1° luglio 2028, quando entrerà in funzione il nuovo sistema doganale digitale europeo. A partire da quella data cambieranno nuovamente le modalità di calcolo: sui prodotti importati verranno applicati i normali dazi doganali, determinati in base alla tipologia della merce acquistata. In molti casi, il costo potrebbe quindi essere inferiore rispetto all’attuale tariffa fissa di 3 euro.

Da novembre 2026 è prevista una nuova tassa europea di gestione doganale, applicata a ogni pacco extra UE e probabilmente compresa tra 2 e 4 euro. Anche l’Italia ha previsto una tassa nazionale di 2 euro a spedizione, ma la sua entrata in vigore è stata più volte rinviata. Le due tasse non potranno convivere: quando scatterà quella europea, a novembre, il contributo italiano dovrà cessare.

Avv. Anna Maria Calvano