Idrostufa o caldaia a pellet: quale scegliere?

La scelta di un sistema di riscaldamento a pellet dipende soprattutto dalle caratteristiche dell’abitazione e dalle esigenze di chi la utilizza. Tra le soluzioni disponibili ci sono le caldaie e le idrostufe a pellet, che hanno un funzionamento simile ma presentano alcune differenze. Una stufa tradizionale produce calore riscaldando direttamente l’aria degli ambienti, mentre un’idrostufa trasferisce il calore all’acqua dell’impianto, proprio come avviene con una caldaia.Entrambe le alternative possono offrire diversi vantaggi rispetto ai sistemi di riscaldamento più vecchi alimentati a metano o gasolio, soprattutto per quanto riguarda i consumi e i costi di gestione. Inoltre, possono essere collegate all’impianto di riscaldamento già presente nell’abitazione, permettendo di continuare a utilizzare i termosifoni oppure il riscaldamento a pavimento. Un ulteriore vantaggio consiste nella possibilità di produrre, attraverso lo stesso sistema, anche l’acqua calda necessaria per le normali esigenze domestiche. Non è però possibile stabilire in modo generale quale delle due soluzioni sia la migliore. La scelta deve essere valutata caso per caso, considerando fattori come le dimensioni della casa, il fabbisogno energetico, l’impianto esistente e lo spazio disponibile. Per evitare di acquistare un apparecchio non adatto alle proprie necessità, è quindi consigliabile rivolgersi a un tecnico qualificato, che può effettuare una valutazione dell’edificio e indicare la soluzione più appropriata. Uno degli elementi più importanti da prendere in considerazione è lo spazio necessario per l’installazione. Quando gli ambienti disponibili sono ridotti, l’idrostufa può essere particolarmente vantaggiosa perché generalmente presenta dimensioni più contenute rispetto a una caldaia. Alcuni modelli sono progettati per occupare pochissimo spazio e possono essere collocati anche in zone strette della casa. Anche dal punto di vista estetico l’idrostufa può integrarsi facilmente nell’ambiente domestico. I modelli più recenti sono spesso caratterizzati da un design curato e possono essere lasciati in vista, diventando parte dell’arredamento anziché essere nascosti in un locale tecnico. La caldaia a pellet necessita invece, nella maggior parte dei casi, di uno spazio maggiore. Oltre alle dimensioni dell’apparecchio bisogna infatti considerare altri elementi dell’impianto, come il puffer o il bollitore, che aumentano l’ingombro complessivo. Per questo motivo è generalmente necessario disporre di un locale tecnico o di un ambiente apposito. Esistono comunque caldaie progettate per ridurre al minimo lo spazio occupato. Alcuni modelli hanno già integrati nella struttura il serbatoio del pellet e i principali componenti idraulici. Questa soluzione permette di installare l’apparecchio anche all’interno di vani tecnici relativamente piccoli, rendendolo più adatto alle abitazioni in cui lo spazio disponibile è limitato.

Quando un impianto deve occuparsi sia del riscaldamento degli ambienti sia della produzione di acqua calda sanitaria, è importante scegliere la soluzione più adatta alle proprie esigenze e al numero di persone presenti in casa. L’idrostufa può svolgere entrambe le funzioni quando dispone di una potenza sufficiente, generalmente intorno ai 20-25 kW o superiore. L’acqua riscaldata può essere utilizzata per alimentare i termosifoni e, contemporaneamente, per soddisfare il fabbisogno di acqua calda della casa. Per migliorare la gestione dell’energia è possibile collegare l’impianto a un puffer o a un bollitore, che permette di accumulare l’acqua calda e renderla disponibile anche in un momento successivo.Nel caso di abitazioni molto grandi o di famiglie composte da più persone, la caldaia a pellet può essere una scelta più indicata. La sua maggiore potenza consente infatti di produrre e gestire una quantità superiore di acqua calda, riuscendo a rispondere più facilmente a consumi elevati. Un elemento da non trascurare riguarda il calore che l’idrostufa rilascia direttamente nell’ambiente. Una parte dell’energia prodotta non viene utilizzata per riscaldare l’acqua, ma rimane nella stanza dove è installato l’apparecchio. Questo calore può essere diffuso naturalmente oppure attraverso un sistema di ventilazione. Durante la stagione fredda rappresenta un vantaggio, perché permette di riscaldare direttamente anche il locale in cui si trova la stufa. La stessa caratteristica può però creare qualche problema durante l’estate. Se l’idrostufa viene utilizzata per ottenere acqua calda sanitaria nei mesi più caldi, deve comunque essere accesa, anche quando non c’è alcuna necessità di riscaldare la casa. Il calore prodotto finirebbe quindi per aumentare la temperatura della stanza, rendendo l’ambiente meno confortevole. Per questo motivo, quando si vuole utilizzare un unico impianto in ogni periodo dell’anno, la caldaia a pellet può risultare più pratica. Solitamente viene installata in un locale tecnico separato dagli spazi abitativi, permettendo di produrre acqua calda anche in estate senza riscaldare direttamente le stanze. Le caldaie più moderne dispongono inoltre di una modalità estiva, grazie alla quale è possibile disattivare temporaneamente il circuito dei termosifoni. L’apparecchio continua così a funzionare solamente per produrre l’acqua calda sanitaria, evitando di inviare calore all’impianto di riscaldamento. L’utilizzo di un puffer è particolarmente utile anche durante l’estate. L’accumulo consente infatti di ridurre il numero di accensioni brevi e ravvicinate della caldaia, che possono verificarsi quando la richiesta di acqua calda è limitata. In questo modo si può favorire un funzionamento più regolare dell’impianto e ridurre lo stress a cui viene sottoposta la caldaia nel lungo periodo.

Avv. Anna Maria Calvano

Domanda di invalidità civile: le novità sulla procedura INPS

Nel 2026, l’importo dell’indennità di frequenza è pari a 351,04 euro al mese. Questa prestazione economica è destinata ai minorenni che frequentano la scuola o che seguono determinati percorsi di tipo riabilitativo o terapeutico. Il pagamento viene generalmente effettuato dall’INPS da ottobre a giugno, in relazione alla frequenza scolastica, e può essere riconosciuto fino al compimento dei 18 anni. Nei mesi di luglio, agosto e settembre, invece, l’erogazione viene normalmente sospesa. È possibile continuare a ricevere il beneficio anche durante l’estate quando viene documentata la partecipazione a centri riabilitativi estivi o attività terapeutiche organizzate dalla ASL o presso strutture convenzionate. Il compimento della maggiore età comporta la cessazione automatica dell’indennità di frequenza, poiché questa misura è prevista esclusivamente per i minorenni. Una volta compiuti 18 anni, quindi, il beneficio non prosegue automaticamente e non viene trasformato d’ufficio in un’altra prestazione economica. Per continuare eventualmente a beneficiare di un sostegno economico, è necessario verificare se il giovane possiede i requisiti per accedere alle prestazioni di invalidità civile previste per gli adulti. Tra queste possono rientrare, in presenza delle condizioni richieste, l’assegno mensile di assistenza o la pensione di inabilità. Chi percepiva l’indennità di frequenza dovrà pertanto procedere con un nuovo accertamento sanitario e presentare una nuova domanda di invalidità civile. Sarà quindi la valutazione della situazione sanitaria e dei requisiti previsti dalla normativa a stabilire l’eventuale diritto a una prestazione destinata alla maggiore età.

La procedura per il riconoscimento delle prestazioni legate all’invalidità civile è stata modificata e uno degli aspetti più rilevanti riguarda l’avvio della pratica. Il cittadino non deve più presentare una specifica domanda amministrativa per dare inizio all’iter: è infatti il medico certificatore a svolgere il primo passaggio, inviando direttamente all’INPS il certificato medico introduttivo attraverso il sistema telematico. L’invio del certificato consente quindi di attivare automaticamente la procedura, ma non conclude tutti gli adempimenti necessari per arrivare al pagamento della prestazione. Successivamente devono essere comunicate all’INPS le informazioni utili a definire la posizione del richiedente e a procedere con l’eventuale erogazione dell’importo spettante.Tra i dati richiesti rientrano, ad esempio, la situazione reddituale, le coordinate bancarie per il pagamento, la composizione del nucleo familiare e le informazioni relative a eventuali ricoveri. Questi elementi devono essere forniti attraverso la compilazione del modello AP70, che permette di trasmettere all’Istituto i dati socio-economici necessari. La presentazione del modello AP70 rappresenta dunque un passaggio indispensabile per ottenere il pagamento: il semplice riconoscimento del diritto alla prestazione non è sufficiente, da solo, a far partire l’erogazione. In assenza del modello AP70, l’INPS non può procedere con il pagamento, anche quando tutti gli altri requisiti richiesti risultano già accertati.

Avv. Anna Maria Calvano

Carburanti, sconto sul gasolio prorogato fino al 5 settembre: cosa cambia dopo

Carburanti, prorogato lo sconto sul gasolio fino al 5 settembre, Il governo ha deciso di prorogare fino al 5 settembre la riduzione delle accise sul gasolio. La misura, approvata dal Consiglio dei ministri, punta a contenere l’impatto dell’aumento dei prezzi dei carburanti durante gli ultimi giorni dell’esodo estivo. Lo sconto complessivo resta pari a 17 centesimi al litro. La riduzione comprende 14 centesimi di accisa e altri 3 centesimi legati all’Iva. Per finanziare la proroga sono stati destinati circa 130 milioni di euro. La misura entra in vigore dal 27 agosto e restera valida fino al 5 settembre. Nello stesso periodo viene confermato anche il credito d’imposta destinato alle imprese di autotrasporto. Il provvedimento arriva dopo settimane caratterizzate dall’aumento dei prezzi alla pompa. Il governo ha quindi scelto di intervenire nuovamente sul costo del diesel, garantendo una riduzione proprio nei giorni in cui e previsto un intenso traffico sulle strade e sulle autostrade italiane.

Il taglio, pero, non dovrebbe rappresentare una soluzione definitiva. L‘esecutivo sta infatti lavorando a un nuovo sistema di sostegni contro il caro carburanti, con l’obiettivo di superare gli interventi generalizzati e concentrare le risorse sulle fasce maggiormente colpite dagli aumenti. Dopo il 5 settembre potrebbero quindi arrivare aiuti maggiormente legati alla situazione economica delle famiglie. L’idea indicata dal governo e quella di introdurre misure selettive basate sul reddito, con particolare attenzione alle persone con maggiori difficolta e al ceto medio. Resta da definire nei prossimi giorni quale sara la forma concreta dei nuovi interventi e soprattutto come verranno finanziati. Una parte delle risorse per l’attuale proroga arriva da una modifica alle modalita di versamento delle ritenute sugli utili distribuiti dai grandi gruppi del settore energetico. Il nuovo meccanismo fiscale e stato inserito nello stesso decreto approvato dal Consiglio dei ministri.

Per gli automobilisti, dunque, la novita piu immediata e la conferma dello sconto sul diesel fino al 5 settembre. Successivamente il governo dovra decidere se introdurre un nuovo sistema di sostegno e quali saranno i requisiti necessari per accedervi. L’obiettivo dichiarato e passare da uno sconto uguale per tutti a interventi piu mirati, capaci di sostenere soprattutto le famiglie e le imprese maggiormente esposte al caro carburanti.

Avv. Anna Maria Calvano

Il caso della truffa dell’amministratore di condominio a Foggia: 7 campanelli d’allarme per difendersi

A Foggia diversi condomini si sono ritrovati a dover affrontare una situazione finanziaria difficile dopo aver scoperto che alcune utenze risultavano non pagate, nonostante le quote condominiali fossero state regolarmente versate. Gli arretrati avrebbero superato i 221 mila euro, con circa 150 mila euro riferiti all’Acquedotto Pugliese e il resto ad altri servizi. I primi sospetti sarebbero emersi dopo alcune richieste di pagamento e, da allora, i residenti hanno iniziato a controllare documenti, ricevute e conti. Dalle verifiche sarebbero emerse ulteriori criticità, tra cui problemi assicurativi, procedimenti per il recupero dei crediti e difficoltà legate alla fornitura dell’acqua. Una situazione analoga avrebbe interessato anche un altro stabile, rimasto senza acqua per quasi due giorni. Per evitare ulteriori distacchi, alcuni residenti avrebbero dovuto versare nuove somme, sostenendo così costi che ritengono di avere già coperto attraverso i precedenti versamenti condominiali. Le verifiche si sarebbero poi estese ai movimenti bancari, dai quali, secondo alcuni condomini, emergerebbero trasferimenti di denaro dai conti degli stabili verso un conto personale riconducibile all’amministratore.

La vicenda ha assunto una dimensione ancora più delicata quando l’amministratore avrebbe comunicato di dover raggiungere la Thailandia, dove vivrebbe la moglie. Successivamente, secondo i residenti, lo studio sarebbe rimasto chiuso e i contatti con il professionista sarebbero diventati impossibili. Circa trenta condomini hanno quindi deciso di rivolgersi ad un avvocato, che ha presentato una denuncia alla Guardia di Finanza ipotizzando i reati di truffa e appropriazione indebita. L’entità complessiva dei debiti non è ancora stata definita: alcune stime parlano di oltre un milione di euro, ma saranno gli accertamenti a stabilire l’effettiva consistenza delle somme coinvolte. Sarà inoltre necessario verificare la natura dei movimenti bancari contestati e ricostruire la destinazione del denaro versato negli anni dai condomini. Al momento, dunque, eventuali responsabilità dovranno essere accertate dagli organi competenti.

Riconrdiamo come tutelarsi da possibili irregolarità dell’amministratore di condominio. E’ importante controllare conti e fatture, verificare la convocazione delle assemblee, monitorare i debiti dei condomini, evitare deleghe all’amministratore, controllare il rendiconto annuale e prestare attenzione a comportamenti che creano conflitti tra i residenti. In caso di rifiuti o anomalie, è opportuno chiedere formalmente la documentazione e valutare la revoca dell’amministratore o un’azione legale.

Avv. Anna Maria Calvano

Guasti e riparazioni degli elettrodomestici: responsabilità di inquilino e proprietario

Nell’ambito di un contratto di locazione, la responsabilità relativa alla manutenzione dell’immobile e dei beni presenti al suo interno deve essere distinta tra proprietario e inquilino. Il punto di partenza è rappresentato dall’obbligo del locatore di mettere a disposizione un’abitazione idonea all’uso concordato. Di conseguenza, al momento della consegna, l’immobile deve trovarsi in condizioni adeguate e gli arredi e gli apparecchi eventualmente compresi nella locazione devono essere utilizzabili e funzionanti, in conformità a quanto previsto dall’art. 1575 del Codice Civile. Diversa è la situazione che si verifica durante lo svolgimento del rapporto di locazione. L’inquilino è infatti chiamato a provvedere agli interventi di manutenzione ordinaria che si rendono necessari nel corso del normale utilizzo dell’abitazione e dei beni che la corredano. In particolare, rientrano tra gli obblighi del conduttore le cosiddette piccole riparazioni. Si tratta di interventi di entità limitata, normalmente collegati al deterioramento che deriva dall’uso quotidiano dell’immobile o degli elettrodomestici. Tale principio trova riferimento negli artt. 1576 e 1609 del Codice Civile. Non ogni guasto, tuttavia, può essere automaticamente attribuito all’inquilino. L’art. 1609 distingue infatti i deterioramenti conseguenti all’utilizzo ordinario da quelli che dipendono dall’età del bene, dalla sua naturale usura o da circostanze imprevedibili. Solo i primi, quando richiedano semplici interventi di manutenzione, possono essere posti a carico del conduttore.

Per esempio, se durante la locazione un elettrodomestico necessita di una modesta riparazione riconducibile al suo normale impiego, la relativa spesa può spettare all’inquilino. Al contrario, quando il malfunzionamento sia dovuto all’obsolescenza dell’apparecchio, alla sua vetustà oppure a un evento accidentale non imputabile al conduttore, la responsabilità economica non ricade necessariamente su quest’ultimo. Lo stesso criterio deve essere applicato agli impianti e agli altri beni presenti nell’abitazione. Le spese derivanti dalla manutenzione ordinaria e dai deterioramenti direttamente collegati all’utilizzo quotidiano sono, in linea generale, a carico del conduttore. Rimangono invece nella sfera del locatore gli interventi determinati dal normale invecchiamento dei beni o da guasti che non possono essere ricondotti all’utilizzo dell’inquilino, soprattutto quando sia necessario un intervento di maggiore entità. In questa categoria possono rientrare, ad esempio, la sostituzione completa di un elettrodomestico oppure la riparazione o sostituzione di sue componenti essenziali. La distinzione fondamentale, pertanto, non riguarda semplicemente il fatto che un bene si sia guastato durante la locazione, ma la causa del guasto e la natura dell’intervento necessario per ripristinarne il funzionamento.

In sintesi, le piccole riparazioni degli elettrodomestici dovute al normale utilizzo sono generalmente a carico dell’inquilino, mentre gli interventi più importanti, causati dalla vetustà, dal normale deterioramento o da eventi imprevedibili, spettano al proprietario. Per esempio, nel caso della lavastoviglie, sono a carico del conduttore i guasti derivanti dall’uso quotidiano, dalla presenza di calcare o sporco e dall’utilizzo scorretto dell’apparecchio. Al contrario, se il guasto dipende dall’età dell’elettrodomestico o dalla rottura di componenti importanti, come motore o scheda elettronica, la spesa spetta al locatore. In caso di intervento urgente, l’inquilino può anticipare la spesa, purché informi tempestivamente il proprietario, e successivamente richiederne il rimborso. Se il proprietario si rifiuta di pagare, l’inquilino non può sospendere o ridurre autonomamente il canone di locazione, ma dovrà eventualmente rivolgersi al giudice per ottenere il rimborso.

Avv. Anna Maria Calvano

Parcheggi fotovoltaici, milioni di posti auto potrebbero produrre elettricità

Per anni i parcheggi sono stati considerati semplicemente spazi destinati alle automobili. Oggi, però, possono diventare qualcosa di molto più interessante: superfici capaci di produrre energia senza sottrarre nuovi terreni alle attività agricole o all’ambiente. L’idea è quella di installare grandi pensiline fotovoltaiche sopra i posti auto. I pannelli sfruttano una superficie già urbanizzata per generare elettricità che può essere utilizzata direttamente nelle strutture vicine, immessa nella rete oppure destinata alla ricarica delle automobili elettriche. Il potenziale è particolarmente interessante per supermercati, centri commerciali, aziende, aeroporti, stazioni e strutture pubbliche, dove spesso esistono parcheggi molto estesi e un consumo significativo di energia durante le ore diurne.

Uno dei vantaggi principali è proprio questo: non sarebbe necessario creare un nuovo impianto su un terreno libero. L’area continuerebbe a svolgere la sua funzione di parcheggio, mentre lo spazio sopra le automobili verrebbe utilizzato per produrre energia. Le pensiline offrirebbero inoltre un beneficio immediato agli automobilisti, proteggendo le vetture dal sole e, in parte, dalle intemperie. In presenza di colonnine di ricarica, il parcheggio potrebbe trasformarsi anche in un punto di produzione e utilizzo dell’energia, creando un collegamento diretto tra fotovoltaico e mobilità elettrica. La convenienza economica, tuttavia, deve essere valutata caso per caso. Il costo della struttura e dell’impianto fotovoltaico può essere importante e il tempo necessario per recuperare l’investimento dipende dalla quantità di energia prodotta, dal prezzo dell’elettricità e soprattutto dalla percentuale di energia che viene consumata direttamente.

Per questo motivo non è corretto pensare che ogni parcheggio possa garantire automaticamente decine di migliaia di euro di risparmio all’anno. Le cifre possono cambiare sensibilmente in base alle dimensioni dell’impianto, all’esposizione solare, ai consumi dell’attività collegata e ai costi di realizzazione e manutenzione. In Europa alcuni Paesi stanno comunque guardando con crescente interesse a questa soluzione. La Francia ha scelto un approccio particolarmente deciso, introducendo norme che spingono verso la copertura fotovoltaica dei grandi parcheggi. Il Regno Unito ha invece mostrato maggiore prudenza sull’ipotesi di introdurre obblighi generalizzati. L’Italia dispone di un patrimonio enorme di superfici potenzialmente utilizzabili. Migliaia di parcheggi di grandi dimensioni sono già presenti nelle aree urbane e commerciali e potrebbero ospitare pensiline fotovoltaiche senza consumare ulteriore territorio.

La vera opportunità potrebbe quindi essere quella di trasformare progressivamente questi spazi in piccole infrastrutture energetiche. Un parcheggio potrebbe continuare a servire gli automobilisti, ma contemporaneamente produrre elettricità, alimentare edifici vicini e contribuire alla ricarica dei veicoli elettrici. Non si tratta di una soluzione capace da sola di risolvere il problema energetico, ma di un tassello che potrebbe diventare importante se applicato su larga scala . Il concetto è semplice: invece di considerare il parcheggio soltanto come una superficie asfaltata da occupare con le automobili, si può iniziare a considerarlo anche come uno spazio produttivo. L’energia potrebbe essere generata proprio dove, fino a oggi, veniva semplicemente lasciata inutilizzata.

Direttore Umberto Buzzoni

Da novembre una nuova tassa sui pacchi sotto i 150 euro

Da luglio 2026 acquistare online prodotti provenienti da Paesi al di fuori dell’Unione Europea potrebbe diventare più costoso. Per le spedizioni con un valore inferiore ai 150 euro è infatti previsto un nuovo dazio europeo di 3 euro. A questa somma potrebbe aggiungersi anche un ulteriore contributo nazionale, che l’Italia non ha ancora deciso definitivamente se introdurre. La misura è già stata rinviata due volte e non è escluso che possa essere nuovamente posticipata. La novità europea nasce dall’aumento vertiginoso delle spedizioni di prodotti a basso costo provenienti dall’estero. Fino a oggi, gli acquisti inferiori ai 150 euro potevano entrare nell’UE senza il pagamento di dazi, anche perché sottoporre ogni piccolo pacco ai controlli doganali avrebbe comportato costi superiori alle entrate generate. Il sistema, però, è diventato sempre più difficile da sostenere a causa dell’enorme quantità di merci che arriva in Europa. Nel 2025, secondo la Commissione Europea, sono stati importati quasi 6 miliardi di articoli contenuti in pacchi esenti da dazio, molti dei quali provenienti dalla Cina. L’aumento delle importazioni a prezzi estremamente bassi ha provocato la reazione delle aziende europee, che si trovano a competere con prodotti venduti a cifre difficili da raggiungere. Tra i fattori che contribuiscono a questa differenza ci sono anche i diversi standard applicati nei Paesi extra UE in materia di lavoro e tutela dell’ambiente. Per cercare di riequilibrare la situazione e contrastare quella che viene considerata una forma di concorrenza sleale, lo scorso dicembre l’ECOFIN, che riunisce i ministri dell’Economia dei 27 Stati membri, ha approvato l’introduzione del nuovo dazio forfettario.

Il calcolo dei 3 euro, tuttavia, non sarà legato semplicemente al numero dei pacchi ricevuti. Il sistema considera infatti le categorie di prodotti presenti all’interno della singola spedizione. Se, per esempio, un ordine contiene una gonna e un paio di scarpe, appartenenti a due categorie diverse, il dazio sarà complessivamente di 6 euro. Se nello stesso pacco ci sono invece due gonne e due paia di scarpe, l’importo rimane invariato a 6 euro, perché non viene conteggiato ogni singolo articolo, ma il numero delle categorie merceologiche. Nel caso di otto gonne acquistate con un valore complessivo inferiore ai 150 euro, invece, il dazio sarà di soli 3 euro. A sostenere il nuovo costo sarà inizialmente il consumatore, anche se non è escluso che alcune piattaforme scelgano di assorbirlo direttamente, incorporandolo nel prezzo dei prodotti. Per questo, prima di completare un ordine, sarà importante controllare attentamente il riepilogo della spesa e verificare se il dazio è già compreso nel prezzo oppure se dovrà essere pagato successivamente attraverso le procedure doganali. Il sistema, comunque, non è destinato a rimanere in vigore a lungo. Il dazio forfettario di 3 euro dovrebbe essere una soluzione temporanea, valida fino al 1° luglio 2028, quando entrerà in funzione il nuovo sistema doganale digitale europeo. A partire da quella data cambieranno nuovamente le modalità di calcolo: sui prodotti importati verranno applicati i normali dazi doganali, determinati in base alla tipologia della merce acquistata. In molti casi, il costo potrebbe quindi essere inferiore rispetto all’attuale tariffa fissa di 3 euro.

Da novembre 2026 è prevista una nuova tassa europea di gestione doganale, applicata a ogni pacco extra UE e probabilmente compresa tra 2 e 4 euro. Anche l’Italia ha previsto una tassa nazionale di 2 euro a spedizione, ma la sua entrata in vigore è stata più volte rinviata. Le due tasse non potranno convivere: quando scatterà quella europea, a novembre, il contributo italiano dovrà cessare.

Avv. Anna Maria Calvano